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Capaci, 23 maggio 1992, la ferita che non smette di sanguinare

A trentatré anni dalla strage di Capaci, la memoria di Falcone è ancora una guida contro il crimine organizzato.

Capaci, 23 maggio 1992, la ferita che non smette di sanguinare

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Ricordare Capaci è ricordare l’attacco più feroce allo Stato, ma anche la sua risposta più coraggiosa

Era un pomeriggio di primavera quando, su un tratto d’asfalto dell’autostrada A29 nei pressi di Capaci, il boato di un’esplosione squarciò il silenzio, la terra e soprattutto l’anima di un intero Paese. Quel 23 maggio 1992, la mafia assassinava Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. A premere il pulsante che innescò i 500 chili di tritolo fu Giovanni Brusca, nascosto su una collina. Ma dietro quel gesto si celava l’intera organizzazione di Cosa nostra, decisa a fermare l’uomo che più di tutti ne aveva messo a nudo il potere.

La mafia colpisce lo Stato, ma trova un uomo che non si piega

Falcone non era solo un giudice, era diventato il simbolo dello Stato che indaga, che non ha paura, che chiama le cose col proprio nome. Insieme a Paolo Borsellino, con il supporto di Antonino Caponnetto e l’apporto fondamentale dei collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, aveva delineato la mappa del potere mafioso, mettendo per iscritto gerarchie, affari, complicità, strategie. Il maxiprocesso del 1986, con 474 imputati, fu un colpo durissimo per la mafia. Non era più tempo di silenzi: la legge cominciava a parlare.

Una ferita aperta, 33 anni dopo

A distanza di oltre tre decenni, il ricordo di Capaci è ancora vivido. Non si tratta solo di memoria storica, ma di un dolore collettivo che ritorna, puntuale, ogni 23 maggio. Perché in quel giorno non è morto solo un magistrato, ma un’idea di giustizia, di coraggio e di verità. Un sacrificio che ha scosso le coscienze e cambiato il corso della storia italiana, portando a una nuova stagione di lotta alla criminalità organizzata.

L’attentatuni, come lo chiamò chi lo compì

Gioacchino La Barbera, uno dei partecipanti all’agguato, lo definì “l’attentatuni”, il grande attentato. Era, per la mafia, la resa dei conti contro chi aveva osato penetrare il loro cuore nero. Ma se da un lato quella strage voleva essere un avvertimento definitivo, dall’altro generò un’ondata di indignazione popolare, mai vista prima. Le piazze si riempirono, i giovani iniziarono a chiedere giustizia con voce forte. Fu l’inizio di un cambiamento culturale profondo.

Francesca Morvillo, l’altra vittima dimenticata

In quella macchina con Falcone c’era anche Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Morì poche ore dopo l’esplosione. Figura meno ricordata, eppure centrale. Non solo compagna di vita, ma mente lucida e impegnata, parte attiva del mondo della giustizia. La sua presenza quel giorno non fu casuale: era al fianco dell’uomo, ma anche della sua missione.

Una scia di sangue che non si ferma a Capaci

Solo 57 giorni dopo, il 19 luglio, Paolo Borsellino subirà la stessa sorte in via D’Amelio. Anche quella strage, anche quel boato, entrerà nella memoria collettiva. Due uomini diversi, due stili, un solo obiettivo: disarticolare il potere mafioso dalle sue fondamenta. Uccisi non solo per ciò che avevano fatto, ma per ciò che ancora avrebbero potuto realizzare.


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23 Maggio 2025
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