Nel Nord Darfur, la città di Al-Fashir è diventata il simbolo di una tragedia che si consuma nel silenzio. Dopo un assedio durato oltre 500 giorni, più di 260 mila persone sono rimaste intrappolate in una città ridotta allo stremo, dove fame, sete e violenze etniche scandiscono la vita quotidiana. La conquista della città da parte delle forze paramilitari RSF ha aggravato una crisi già disperata, lasciando sul campo migliaia di civili senza possibilità di fuga.
La voce di Emergency, tra ospedali distrutti e bambini malnutriti
Da oltre vent’anni Emergency lavora in Sudan, ma ciò che accade oggi supera ogni limite di umanità. Il direttore del programma di Emergency in Sudan, Matteo D’Alonzo, racconta una realtà che mette i brividi: “Le testimonianze che ci arrivano parlano di violenze diffuse, esecuzioni, saccheggi, e di migliaia di persone senza acqua, cibo o assistenza sanitaria. È una tragedia dentro la tragedia”.
Nel centro pediatrico di Nyala, nel Darfur meridionale, medici e infermieri affrontano ogni giorno casi di malnutrizione grave e patologie aggravate dalle condizioni di vita estreme. Mancano luce, acqua e farmaci, eppure le porte dell’ospedale restano aperte. “Non abbiamo mai lasciato il Paese dall’inizio del conflitto”, ribadisce D’Alonzo, mentre ogni giorno arrivano madri con bambini denutriti in braccio e occhi pieni di speranza.
Khartoum, una capitale stremata ma non arresa
Neppure la capitale Khartoum trova pace. Dopo mesi di combattimenti e un apparente ritorno dell’esercito regolare, la situazione rimane tesa. Qui, Emergency gestisce il Centro Salam di cardiochirurgia e un ambulatorio pediatrico che continua a operare nonostante i bombardamenti e le difficoltà logistiche. In un Paese dove metà della popolazione — 30 milioni di persone — ha bisogno di aiuti umanitari, il lavoro di chi resta è un atto di resistenza.
Il Papa e l’appello al mondo
Durante l’Angelus di domenica, Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sulla tragedia in corso: “Violenze indiscriminate contro donne e bambini, attacchi ai civili inermi, e gravi ostacoli all’azione umanitaria stanno causando sofferenze inaccettabili”. Il pontefice ha invocato un cessate il fuoco immediato e l’apertura di corridoi umanitari, chiedendo alla comunità internazionale di agire con decisione e generosità. Ma finora, le parole sembrano essersi perse nel vento caldo del deserto sudanese.
La carestia avanza, il mondo tace
Un recente rapporto sostenuto dalle Nazioni Unite conferma ciò che molti temevano: la carestia si è estesa a nuove aree del Paese, inclusa El-Fasher e la città di Kadugli. Almeno venti regioni tra Darfur e Kordofan vivono oggi una crisi alimentare estrema, aggravata dai blocchi degli aiuti e dalle distruzioni causate dal conflitto. In molte zone, i bambini muoiono di fame prima ancora di ricevere soccorso.
L’appello politico, l’urgenza di un impegno concreto
Dalla Camera dei Deputati arrivano voci che chiedono un risveglio delle coscienze. Marco Grimaldi di AVS parla apertamente di “genocidio in corso” e chiede al governo italiano di attivarsi per aprire corridoi umanitari e rafforzare la pressione diplomatica. Maria Chiara Gadda (Italia Viva) definisce il Darfur “un inferno sulla Terra” e denuncia l’indifferenza della comunità internazionale: “La difesa dei diritti umani non può avere colore politico”.
Secondo i dati, la guerra in Sudan ha già causato 150 mila morti e 13 milioni di sfollati. Numeri che raccontano un disastro umanitario che cresce ogni giorno nel silenzio generale.
Sudan, il dolore di un popolo dimenticato
Il Darfur oggi non è solo una crisi umanitaria: è lo specchio di un’umanità distratta, capace di indignarsi per un giorno e dimenticare il successivo. Nel cuore dell’Africa si consuma una delle più gravi emergenze del nostro tempo, tra fame, paura e speranza. Le parole del Papa, le denunce delle ONG e gli appelli politici non bastano più: servono corridoi umanitari, assistenza e una volontà concreta di pace. Perché in Sudan, ogni minuto perso può significare una vita in meno.
06 Novembre 2025
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