Ci sono artisti che non si lasciano definire, che attraversano le epoche senza appartenere davvero a nessuna. Sergio Vacchi è uno di loro: un visionario che ha saputo unire la forza del mito alla fragilità dell’uomo contemporaneo. A lui il Museo e Real Bosco di Capodimonte dedica l’omaggio “Sogno Mediterraneo”, una mostra che raccoglie oltre quarant’anni di creazioni, dal 1959 al 2006, in collaborazione con la Fondazione Vacchi.
Un artista fuori da ogni definizione
Nato a Castenaso nel 1925 e scomparso a Siena nel 2016, Vacchi è stato un autore impossibile da incasellare. Dal naturalismo al linguaggio informale, fino al ritorno al figurativo, la sua pittura ha sempre seguito un filo interiore: quello della ricerca di senso, tra il caos del mondo e la memoria della cultura mediterranea.
Il suo legame con Napoli nacque negli anni Sessanta, in un periodo di fervore creativo che avrebbe cambiato per sempre la scena artistica della città.
Il ritorno di un protagonista a Capodimonte
La mostra napoletana, aperta fino al 27 gennaio, si inserisce nel centenario della nascita dell’artista e restituisce il ruolo di Vacchi come ponte tra due epoche: quella della pittura colta e simbolica del dopoguerra e quella sperimentale della Napoli contemporanea.
Nel catalogo, curato da Eike Schmidt e pubblicato da Forma, il saggio “Da Adamo ed Eva a Federico II di Hohenstaufen” racconta la sua esperienza partenopea dal 1965 al 1967, un periodo di transizione in cui la sua arte si fece più teatrale e insieme più umana.
Napoli, laboratorio di libertà
Era il 1965 quando alla Galleria Il Centro l’artista presentò “Adamo ed Eva in Italia”, ciclo pittorico che segnava il suo ritorno al figurativo. Nello stesso clima di rinnovamento nascevano esperienze cruciali come la Modern Art Agency di Lucio Amelio e le iniziative di Marcello Rumma, che portarono la città al centro del dialogo internazionale.
“L’arrivo di Vacchi a Napoli – scrive Schmidt – si inserì perfettamente in questo nuovo clima, capace di accogliere una pittura insieme colta, visionaria ed esistenziale”.
Il linguaggio delle visioni
Le opere in mostra, sei grandi tele realizzate tra il 1959 e il 2006, testimoniano l’evoluzione di un linguaggio pittorico in continua metamorfosi. “Primo memoriale organico” esplode come un’eruzione; “Per un volto del paesaggio” accende la tela con la luce del sole; “La telefonata di marmo” e “L’amante di Federico II” uniscono mito e archeologia.
Nelle opere più tarde, come “Iter itineris secondo” e “Della Melancholia Seconda”, il gesto pittorico si fa riflessione spirituale, con rimandi alla Leonardo e al simbolismo rinascimentale.
Un sogno che appartiene a tutti
“Napoli svela il sogno mediterraneo di Vacchi, un mondo intriso di storia, memoria e mistero”, spiega Marilena Graniti Vacchi, presidente della Fondazione. E in effetti, attraversando le sale di Capodimonte, si ha la sensazione che le sue tele parlino non solo della città, ma del Mediterraneo come culla di civiltà e inquietudine.
Un mare che conserva la memoria dei miti e, allo stesso tempo, riflette le contraddizioni del presente: proprio come l’arte di Sergio Vacchi, ancora oggi potente, irriverente e profondamente umana.
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capodimonte.cultura.gov.it
06 Novembre 2025
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