La recente condanna a morte dell’ex primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, oggi in esilio, ha riacceso tensioni, domande e polemiche sulla gestione delle proteste studentesche dell’ultimo anno. Il caso, carico di implicazioni politiche e umanitarie, sta attirando l’attenzione internazionale, dividendo opinioni e alimentando un acceso dibattito sulla giustizia nel Paese.
Un processo celebrato in assenza dell’imputata
Secondo quanto riportato da diverse testate internazionali, il procedimento contro Hasina si è svolto mentre l’ex leader vive in esilio in India. Un processo dunque celebrato in contumacia, nel quale il tribunale speciale ha stabilito che le sue responsabilità nelle violenze durante le manifestazioni fossero tali da giustificare la massima pena prevista. Il giudice Golam Mortuza Mozumder ha comunicato che l’ex primo ministro è stata ritenuta colpevole di tre capi d’accusa legati a istigazione, ordine di uccidere e mancata prevenzione delle atrocità.
Le accuse, tra istigazione e mancati interventi
Al centro dell’inchiesta ci sono le sanguinose proteste studentesche che hanno attraversato il Paese, definite dalla corte come attacchi “diffusi e sistematici contro la popolazione civile”. La sentenza sostiene che l’uso di droni, elicotteri e armi letali sarebbe avvenuto con il consenso o l’ordine diretto di Hasina, aggravato dalla presunta inazione di fronte all’escalation di violenze. Un quadro di accuse che, nel suo insieme, ha portato i giudici a stabilire la condanna capitale.
La replica di Hasina, tra esilio e accuse di manipolazione politica
Dal luogo segreto in cui vive in India, l’ex leader ha definito il processo una farsa politica. In una dichiarazione resa nota ai media, ha parlato di un tribunale “truccato, privo di legittimità democratica e controllato da un governo non eletto”. Secondo la sua versione, la sentenza sarebbe il frutto di una persecuzione politica mirata a eliminarla dalla scena pubblica del Bangladesh.
Le altre condanne e il ruolo dei coimputati
La stessa corte ha emesso una condanna a morte anche per l’ex ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal, anch’egli latitante. Meno severo, invece, il verdetto per l’ex capo della polizia Chowdhury Abdullah Al-Mamun, che ha ricevuto cinque anni di detenzione e ha ottenuto clemenza per la collaborazione offerta durante il processo. Le sue dichiarazioni e le prove consegnate alla corte sono state ritenute fondamentali per ricostruire gli eventi e definire le responsabilità.
Un Paese diviso e una comunità internazionale in allerta
La notizia della condanna sta polarizzando l’opinione pubblica bangladese. Da un lato, chi considera le decisioni del tribunale un passo necessario per garantire giustizia ai manifestanti colpiti. Dall’altro, chi teme l’uso politico della giustizia e vede nel caso un pericoloso precedente. Anche la comunità internazionale segue con apprensione la situazione, consapevole del rischio di un’ulteriore destabilizzazione regionale.
17 Novembre 2025
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