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Quando si parla di giovani italiani, parliamo sempre solo di chi parte

La mobilità giovanile non è solo fuga dei cervelli, ma un ecosistema fatto anche di rientri e percorsi invisibili alle statistiche

Quando si parla di giovani italiani, parliamo sempre solo di chi parte

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Il dibattito ignora il diritto di non emigrare, un aspetto fondamentale per comprendere davvero le scelte dei giovani in Italia

Nel feed di Instagram capita spesso di trovare grafici colorati che sembrano raccontare verità assolute. Qualche giorno fa ne è apparso uno anche sul profilo di Will, dal titolo L’Italia continua ad essere un Paese in cui si va via. Un messaggio che colpisce al primo sguardo, ma che finisce per costruire l’ennesima versione semplificata di una storia ben più articolata.
La narrazione è chiara: i giovani vanno via, l’Italia perde talenti, i numeri sono enormi. Ma ciò che quasi mai viene raccontato è tutto ciò che sta nel mezzo, cioè la parte che rende davvero comprensibile la mobilità giovanile.

Un fenomeno raccontato a metà

L’idea della fuga dei cervelli è talmente radicata nel dibattito pubblico che sembra esistere un’unica direzione: fuori. Eppure i dati, osservati senza filtri, mostrano altro.
Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, nel 2024 sono tornati in Italia circa 53 mila cittadini dopo un periodo all’estero, mentre tra il 2023 e il 2024 gli espatri hanno superato i 270 mila. Il saldo rimane negativo, sì, ma racconta anche che migliaia di persone scelgono di rientrare.
Nel quinquennio precedente, nella fascia 25-34 anni, troviamo 192 mila espatri e 73 mila rientri: quasi un giovane su tre decide di tornare. Non proprio un esodo senza ritorno.

Chi studia fuori ma non appare nelle statistiche

Un’altra fetta di giovani rimane completamente invisibile nei report ufficiali. Sono quelli che frequentano lauree magistrali, master o programmi di Erasmus all’estero senza cambiare residenza.
Non rientrano negli espatri, non rientrano nei rientri, non appaiono da nessuna parte. Eppure, negli ultimi dieci anni, questa mobilità silenziosa è cresciuta.
La loro esperienza è parte integrante dell’ecosistema della mobilità giovanile, ma non fa notizia. Non crea titoli allarmati e non si presta alla narrativa del “siamo rimasti soli”.

E i giovani che restano?

Forse la categoria più ignorata di tutte è proprio quella più numerosa: chi resta in Italia.
Ogni anno emigrano circa 150 mila italiani, meno della metà sono under 35. In altre parole, oltre il 95% dei giovani tra i 25 e i 34 anni continua a vivere qui.
Eppure, nella narrazione pubblica, sembra quasi che chi rimane sia una presenza marginale, un contorno. Chi parte diventa l’eroe, chi resta non viene proprio raccontato. Ma il Paese reale è fatto soprattutto di chi rimane, studia, lavora, costruisce percorsi possibili anche senza attraversare confini.

Non tutti i percorsi portano lontano

Secondo le stime del MIUR, ogni anno circa 36 mila studenti italiani scelgono un periodo di studio all’estero. Un numero importante, ma minimo rispetto ai quasi 2,8 milioni di iscritti nelle università italiane.
E nonostante l’immaginario diffuso, per la grande maggioranza esperienze come l’Erasmus non rappresentano un trampolino verso l’espatrio definitivo.
Le ricerche di Eurydice e Almalaurea mostrano una tendenza molto diversa: al termine del percorso, la maggior parte degli studenti rientra per motivi familiari, economici o legati al territorio. Una storia normale, ma che raramente merita spazio nelle infografiche.

Il diritto a non partire

Il punto è che continuiamo a leggere la mobilità come un duello: chi fugge è coraggioso, chi resta è rassegnato. Una divisione semplicistica che non coglie la complessità delle scelte umane.
Come ricorda il filosofo Andrea Zhok, l’idea di individuo totalmente libero nelle proprie decisioni è una costruzione astratta. Le scelte sono sempre modellate da legami, radici, reti sociali e condizioni materiali. Ignorarlo significa cambiare la storia per farla entrare in un grafico.
Già nel 2016 la rivista Studi Emigrazione parlava di diritto a non emigrare, ricordando come, in molte parti del mondo, partire non sia un’opzione ma una necessità.
Applicare questa idea all’Italia significa riconoscere un paradosso: il diritto di restare esiste, ma è un diritto invisibile perché non genera titoli, non produce panico, non alimenta il mito del talento che vola via.

Se non ne parliamo, spariscono

La mobilità dei giovani italiani è un quadro con molte sfumature. Ci sono quelli che partono e ritornano, quelli che vanno e restano, quelli che studiano all’estero senza comparire nei database, e la grande maggioranza che rimane in Italia, spesso in modo silenzioso.
Eppure, nella narrazione pubblica, sopravvive solo una figura: quella dell’espatriato brillante e coraggioso.
Ma se raccontiamo solo chi parte, allora tutto ciò che resta – esperienze, difficoltà, scelte legittime, identità – sparisce. E con esso scompare anche il riconoscimento che restare è, in molti casi, un atto di coraggio quanto partire.


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30 Novembre 2025
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