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Pace giusta o pace possibile, quando la diplomazia incontra la resa

Territori occupati, niente garanzie e revoca delle sanzioni, perché l’accordo proposto non è equilibrio

Pace giusta o pace possibile, quando la diplomazia incontra la resa

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Accettare una pace senza giustizia rischia di legittimare l’invasione come strumento politico

Da mesi si parla di negoziati, spiragli diplomatici e possibili accordi per mettere fine alla guerra in Ucraina. Le parole che tornano più spesso sono pace, cessate il fuoco, compromesso. Ma dietro questo linguaggio rassicurante si nasconde una domanda più scomoda, che raramente viene posta in modo diretto: ciò che viene proposto è davvero una pace, o assomiglia piuttosto a una resa mascherata?

Quando la pace diventa una parola ambigua

Nel dibattito internazionale si distinguono spesso due concetti, pace giusta e pace possibile. La prima presuppone il rispetto del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e della sicurezza delle popolazioni. La seconda, invece, viene spesso presentata come un compromesso necessario per fermare le armi. Il problema nasce quando anche la “pace possibile” perde ogni equilibrio e si trasforma in una richiesta unilaterale imposta dall’aggressore.

Il nodo centrale, le condizioni poste da Mosca

Le richieste avanzate dalla Russia delineano un quadro molto preciso. Mosca rifiuta qualsiasi presenza di truppe europee o occidentali in Ucraina come garanzia di sicurezza, pretende il controllo e il riconoscimento internazionale dei territori occupati, compresi quelli non interamente conquistati, e chiede la revoca delle sanzioni economiche. A questo si aggiunge un punto ancora più delicato: la richiesta implicita di un governo ucraino accondiscendente, disposto ad accettare queste condizioni come prezzo della fine del conflitto.

Territori, sovranità e diritto internazionale

Accettare tali richieste significherebbe legittimare un principio pericoloso: che un’invasione militare possa essere premiata con il riconoscimento territoriale. Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson e Crimea diventerebbero non il risultato di un accordo, ma la prova che la forza può riscrivere i confini. In questo scenario, il diritto internazionale non verrebbe sospeso temporaneamente, ma svuotato di significato.

La sicurezza negata come strategia

Un altro elemento chiave riguarda la sicurezza futura dell’Ucraina. Escludere garanzie militari europee o internazionali significa lasciare il Paese esposto a una nuova aggressione. Parlare di pace senza garanzie di sicurezza reali equivale a congelare il conflitto, non a risolverlo. Come ha osservato più volte la diplomazia europea, una pace che non protegge chi è stato invaso è una pace fragile, destinata a rompersi.

Dalla pace possibile alla resa incondizionata

Se si mettono insieme tutte queste condizioni, il quadro cambia radicalmente. Non si tratta di mediazione, ma di imposizione. Non di compromesso, ma di accettazione forzata. In altre parole, ciò che viene chiesto all’Ucraina non è di firmare un accordo, ma di riconoscere la propria sconfitta politica, territoriale e strategica. Una dinamica che ha poco a che vedere con la pace, e molto con la resa incondizionata.

Il rischio sistemico per l’Europa e oltre

Accettare questo modello avrebbe conseguenze che vanno oltre l’Ucraina. Creerebbe un precedente pericoloso per l’Europa e per l’ordine globale, trasmettendo un messaggio chiaro: chi invade e resiste abbastanza a lungo può ottenere ciò che vuole. In questo senso, la discussione sulla pace non riguarda solo Kiev, ma la credibilità stessa della diplomazia internazionale.

Una pace senza giustizia non è stabilità

La storia recente insegna che le paci costruite sull’asimmetria e sulla coercizione non durano. Possono fermare temporaneamente le armi, ma lasciano aperte ferite politiche, sociali e territoriali pronte a riaprirsi. Chiamare “pace possibile” ciò che nega sovranità, sicurezza e autodeterminazione significa svuotare la parola pace del suo significato più profondo.


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16 Dicembre 2025
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