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Europa e Ucraina, il compromesso che evita gli asset russi

L’Unione europea sceglie il prestito comune per sostenere l’Ucraina, evitando l’uso diretto dei beni russi congelati

Europa e Ucraina, il compromesso che evita gli asset russi

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Dopo un vertice complesso, l’Europa trova l’unanimità su 90 miliardi per Kiev, tra prudenza giuridica e compromessi politici

L’ultimo vertice europeo si è chiuso con una decisione che racconta molto dello stato dell’Unione, delle sue divisioni e della sua capacità di mediazione. Tra parole come buon senso, pragmatismo e stabilità finanziaria, i leader hanno scelto una strada meno esplosiva, ma non per questo meno significativa.

Un sostegno confermato, ma con paletti chiari

La volontà di sostenere l’Ucraina non è mai stata davvero in discussione. Il punto critico riguardava come farlo. La linea che puntava all’utilizzo diretto dei beni russi congelati, sostenuta da Ursula von der Leyen e Friedrich Merz, non ha trovato il consenso necessario. Troppi dubbi giuridici, troppe incognite finanziarie, troppe resistenze politiche.

Il nodo degli asset russi e le resistenze interne

Durante le ore del vertice, mentre i leader discutevano temi secondari, la Commissione europea e il Belgio lavoravano su una possibile mediazione sugli asset russi. Ma col passare del tempo è emersa una realtà difficile da aggirare: quella strada non avrebbe portato a un accordo. Le perplessità di Paesi come Italia, Bulgaria, Malta e Repubblica Ceca sono rimaste solide, mentre figure come Viktor Orban e Robert Fico hanno continuato a muoversi per bloccare qualsiasi scelta che potesse provocare una reazione dura da Mosca.

Il piano B prende forma

A quel punto ha preso corpo il cosiddetto piano B: un prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, finanziato sui mercati dei capitali e garantito dal bilancio pluriennale dell’Unione. Una soluzione più prudente, ma capace di offrire certezze finanziarie. Il vero ostacolo restava l’unanimità, requisito indispensabile per un’operazione di questo tipo.

L’opt-out e l’accordo notturno

Il colpo di scena è arrivato a notte fonda. Praga, Bratislava e Budapest hanno accettato l’accordo a condizione di poter esercitare un opt-out, scegliendo di non partecipare direttamente al prestito. Una formula che ha sbloccato la situazione: in meno di un’ora, i 27 hanno trovato la quadra. Come ha osservato il premier belga Bart De Wever, “se sai fare il tuo lavoro, e parli con le persone, si può arrivare ad un accordo”.

Legalità, finanza e reazioni contrapposte

I beni russi resteranno congelati fino a quando Mosca non avrà risarcito l’Ucraina. Solo in caso contrario, e nel rispetto del diritto internazionale, l’Unione valuta di ricorrere a quegli stessi asset per coprire il prestito. Una scelta che ha scatenato reazioni opposte. Da Mosca, Kirill Dmitriev ha parlato di “vittoria per la legge e il buon senso”, attaccando duramente la leadership europea. Da Kiev, invece, Volodimir Zelensky ha ringraziato l’Ue, sottolineando che il sostegno deciso “rafforza davvero la nostra resilienza”.

Un’Europa stanca ma compatta

Al termine del vertice, Giorgia Meloni ha rivendicato una soluzione solida dal punto di vista giuridico e finanziario. Il volto stanco raccontava la fatica di una notte che pochi avrebbero immaginato così complessa. Ma il risultato finale restituisce l’immagine di un’Europa che, tra compromessi e fratture, riesce ancora a trovare unità quando la posta in gioco riguarda il futuro del continente.


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19 Dicembre 2025
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